Parrocchia di San Jacopo (San Jacopino) in Polverosa - Diocesi di Firenze

don marco paglicci

Abbiamo pensato di riunire in questa pagina alcune omelie di Don Marco Paglicci (il nostro "vecchio" cappellano) presenti nel vecchio sito: anche se sono di qualche anno fa, le riflessioni in esse contenute sono sempre attualissime!
Buona lettura!

 

26 dicembre 2011 (Santo Stefano)

Nel giorno dopo il Natale, in cui abbiamo celebrato la nascita di Gesù, celebriamo in una festa importante la nascita al cielo del primo martire Santo Stefano.

Non è un caso che i due eventi vengano festeggiati in questa successione.
Stefano combattè con le stesse armi che poteva vere il bambino nato e deposto in una mangiatoia a Betlemme. Che armi poteva vere quel bambino se non la carità?

La carità che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, innalzò Stefano dalla terra al cielo.
La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel testimone.

Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque.

Per mezzo della carità non cedette ai Giudei che infierivano contro di lui e dibattè con loro;
per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano.

In Stefano si ripete non solo la situazione esteriore del Cristo, ma anche i sentimenti interni, anzi soprattutto quei sentimenti che si esprimono nella preghiera:
“Non imputar loro questo peccato”
“Signore accogli il mio spirito”

“Gesù muore emettendo un gran grido, Stefano ugualmente.”

Stefano con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.
Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente,
e meritò di avere compagno in cielo
colui che ebbe in terra persecutore.
Stefano vinse con la forza invisibile della carità.

In lui in più rispetto alla storia di Gesù, c’è la visione della vita eterna, il contemplare la venuta del Figlio di Dio, ma questa è la garanzia che è data anche a noi (San Fulgenzio di Ruspe 462-527, Tunisia).

E a noi cosa dice questa testimonianza di Stefano alla luce anche del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato? “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 10,22).

Nella storia della Chiesa non mancherà mai la passione, la persecuzione. Anzi. Proprio la persecuzione diventa, secondo la celebre frase di Tertulliano, fonte di missione per i nuovi cristiani.

Cito le sue parole: «Noi ci moltiplichiamo ogni volta che da voi siamo mietuti: è un seme il sangue dei cristiani » (Apologetico 50,13:Plures efficimur quoties metimur a vobis: semen est sanguis christianorum)

Ma anche nella nostra vita la croce, che non mancherà mai, diventa benedizione. E accettando la croce, sapendo che essa diventa ed è benedizione, impariamo la gioia del cristiano anche nei momenti di difficoltà.

Il valore della testimonianza è insostituibile, poiché ad essa conduce il Vangelo e di essa si nutre la Chiesa. Santo Stefano ci insegni a fare tesoro di queste lezioni, ci insegni ad amare la Croce, perché essa è la strada sulla quale Cristo arriva sempre di nuovo in mezzo a noi. (Benedetto XVI).

Un bimbo nato da poco forse che non soffrirà? Certo, ma alla luce della Resurrezione annunciata da Gesù e testimoniata dai Santi Martiri come Stefano, a questo bimbo come a tutti noi cristiani è garantita anche la vita eterna.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

1 gennaio 2012

Madre di Dio che in te è Dio diventato bambino, madre di tutto il creato: madre del bimbo che in te si è incarnato, madre dell'infinito generato. Madre di ogni principio, incominciato il giorno in cui il principio è penetrato in te che ogni principio hai abbracciato... Madre di ogni secondo illuminato, madre del nuovo corso inaugurato in te, per te cresciuto ed educato al mondo, madre dell'inaspettato disegno da te sul mondo intero riversato" (Aldo Nove)

Oggi è la solennità di Santa Maria Madre di Dio.

Maria è stata proclamata Madre di Dio in seguito al concilio di Efeso del 431. In tale concilio si riconobbe che Maria non era solamente la Madre dell'uomo Gesù (come affermavano alcuni chiamati nestoriani), ma era ed è la madre di Dio. Gesù era una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. La Vergine Maria è perciò la Theotokos, la madre di Dio, perché diede alla luce non un uomo, ma Dio come uomo.

Al versetto 19 del capitolo 2 di Luca è stato letto: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore ...

Ma cosa dice questo a noi, gente del ventunesimo secolo? Ci dice che Maria ha sperimentato l'essere madre della divinità Gesù nel suo essere pienamente donna. E che era pienamente donna ce lo dicono non solo i Vangeli, ma anche la seconda lettura (Gal. 4, nacque da donna).

E Maria è stata donna con tutto quello che significa essere donna e madre. Come meravigliarsi che la Madre di Dio custodisse tutto quello che accadeva al Figlio nel suo cuore?

Ogni madre possiede una simile consapevolezza dell'inizio di una nuova vita in lei. La storia di ogni uomo è scritta innanzitutto nel cuore della propria madre. Non stupisce che la stessa cosa si sia verificata per la vicenda terrena del Figlio di Dio.

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore ...

Cristo è il centro a cui la storia converge e nel quale raggiunge la sua pienezza (la pienezza del tempo di cui si parla in Gal 4,4). Maria, dalla quale il Cristo è nato, è una figura centrale di questa storia. Maria è la madre del principio dell'Uomo per antonomasia, di colui che è modello a tutti noi, di Gesù, l'uomo come lo aveva pensato Dio.

E questo ha a che fare con la mia esperienza di uomo o di donna?

Certo! Perché ognuno di noi ha una madre e con essa porta in se' quel bisogno di tenerezza che solo una attenzione femminile può dare. Per varie vicissitudini l'uomo si sente solo e talvolta abbandonato da questa presenza materna. Maria si fa garante come madre rispetto a noi che non siamo soli. Maria è madre di Dio. Con ciò Maria diventa non solo Madre del Principio, ma "madre di ogni principio“ Come dice anche il Vangelo in vari punti: nell'annunciazione, nella nascita, nell'insegnamento di Gesù, nell'inizio del ministero pubblico di Gesù a Cana e quando Gesù emette lo spirito dalla croce... persino quando la comunità degli apostoli riceve lo Spirito Santo per pentecoste Maria è lì che prega con loro, con i figli...
Maria Madre di Dio diventa così nostra madre e madre di ogni principio." (Aldo Nove)

Come cristiani allora non solo Gesù ci garantisce l'assistenza costante nella nostra vita di Dio, un Dio Padre, incarnatosi nel Figlio che continua a comunicarsi per l'azione dello Spirito Santo,

Ma anche l'assistenza di una madre premurosa che è tale in quanto è stata Madre di Dio con tutto quello che questo implicava. A Dio non è bastato di riempirci col suo amore paterno che ci fa dire Abbà, babbo caro (cfr. Gal 4,6); ci ha voluto dare una madre perché sia chiaro che la pace che può garantire una madre in famiglia, anche nella nostra famiglia di cristiani la garantisce Maria.

E questo conta, questo ci interessa. Questo mi fa dire "I care", mi interessa, voglio credere con la fede che ha avuto questa ragazzina. Perché credere è vero che è molto difficile in questa vita. Ma vivere senza credere è semplicemente assurdo.

Maria è madre che custodisce un cucciolo di messia, il suo sangue che batteva intorno ad una placenta di acqua santa ora contempla il Dio che nella piccolezza si è reso incarnazione dell'infinito. è davvero l'Emmanuele, il Dio con noi.

È il Dio con noi anche attraverso sua madre.

E cosa significa essere madri, me lo insegnate voi che siete mamme. Quel soffrire spesso acuto e inspiegabile perché la vita possa continuare.

Maria è quanto mai madre di Dio e madre nostra perché per fare la volontà di Dio, e per Gesù che ha dato la vita per noi, ha sofferto più di ogni mamma.

Quale caratteristica accomuna tutte le buone madri o quantomeno le madri che dovrebbero ritenersi tali?... il soffrire per i loro figli. Spesso in silenzio, molto spesso senza neanche accorgersene, senza fare un calcolo di quello che hai dato... perché il figlio è il vero motivo per cui la madre sa di esistere.

(per i più piccoli) spesso i figli non se ne accorgono, ma è esattamente così. La mamma perché io stia bene ha dovuto patire tanto senza farmelo pesare.--

Quanto più questo si realizza in Maria. Incinta giovane sposata, ma vergine, adocchiata da tutto il paese di Nazareth per questo. Partoriente fuori dalla propria città in mezzo agli animali, senza levatrici, probabilmente provando al taglio del cordone quella fitta di dolore come anticipo di pena, che avrebbe caratterizzato tutta la sua vita.. Di fronte alle risposte di un figlio dodicenne che si dice chiamato a compiere le opere del Padre suo in quanto Dio. Cana di Galilea: "Che c'è tra me e te o donna?". Quando cercava Gesù: "Chi è mia madre?". La Passione e la croce di Gesù. -

In queste spade che le hanno trafitto l'anima, Maria è diventata a pieno diritto, più che di diritto, per grazia divina, nostra madre. Lodiamo il Signore per lei e chiediamole di intercedere per noi, Lei, Avvocata di Eva(S. Ireneo), non ci lascia soli.

 

Un piccolo approfondimento attraverso la Seconda Lettura

Ma quanto interessa a noi la grazia di Dio? La sua amicizia, il suo potermi dire: "Io ti voglio bene". A me interessa, ma io non sempre riesco a capirlo, e allora magari mi arrabbio, protesto, fuggo. ."Eredi per grazia di Dio": siamo eredi di qualcosa che non si vede, che non si conosce, che spesso non si può apprezzare se non dopo un profondo discernimento.

"Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!"

Manda o Signore questo Spirito di Verità, questa luce per indicarci la via, la via vera, quella che illumina... Ogni uomo, anche quelli che io non immagino.

Donami la forza di perdonare, di gioire, di amare. A me interessa questa grazia, a me interessa l'amore di un padre e di una madre: I care! Donaci il coraggio di dirlo, Signore, donaci il coraggio di dirlo sempre!

 

Dalla Messa delle 18.00 de 1 gennaio 2012

Oggi giornata mondiale per la giustizia e per la pace il Papa ci chiede di pregare per l'educazione dei giovani alla giustizia e alla pace. Sono il nostro futuro, il futuro di una famiglia più ampia del nostro piccolo chiuderci; una famiglia che comprende i cristiani morti in Nigeria e quelli che con coraggio professano il loro credo in Orissa in India e comprende anche i cristiani che verranno. è una famiglia che ha un una madre e un padre rispettivamente in Maria, simbolo della chiesa e in Dio che oggi siamo invitati a chiamare Abbà babbo caro.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

6 gennaio 2012 (Epifania del Signore)

Oggi si celebra la manifestazione, Epifania,di nostro Signore Gesù Cristo. Cristo si manifesta nella nostra vita come il re dei re nato e posto in una mangiatoia.

Ma io voglio accoglierlo questo re?

Le letture che abbiamo ascoltato in effetti richiamano di continuo la sua salvezza. La stessa stella richiama ad un passo dell’antico testamento: Numeri 24,17 “Sorgerà un astro da Giacobbe e si leverà un uomo da Israele... “

essa è simbolo del messia che deve nascere.

È per certi versi quella luce che viene di cui parla anche Isaia al capitolo 60 che abbiamo ascoltato come prima lettura. Allora Gesù davvero si manifesta con un’abbondanza di segni.

Anche nella vicenda dei magi l’attenzione va posta sulla mangiatoia e sulla luce che è venuta nel mondo, Gesù.

Il resto sono simboli che richiamano il come questa luce faccia da calamita per l’intera storia della salvezza.

Questo bambino attira persino i membri di una casta sacerdotale della Persia esperti in astronomia e astrologia, chiamati magi.

”E io, chiediamocelo, mi lascio attirare da Dio per fare un passo oltre verso di lui, verso la salvezza che egli rappresenta. accetto di continuare il cammino verso di lui o mi sono fermato a metà o a Gerusalemme, dove c’è l’Erode di turno?”

”Io nel mio essere pellegrino come i re magi in questa vita provo dolore, perché riscopro in me di continuo mille ferite: quelle del mio peccato, quelle che mi hanno inferto gli altri, quelle che mi sono inferto da solo... e queste corone fatte dei mille titoli che mi hanno dato perché so fare questa o quest’altra cosa... a cosa mi servono?”

Il mio essere uno dei magi a volte non mi serve affatto. I pastori che non avevano tutti i titoli e la conoscenza che ho io qui presso la grotta di Betlemme sono arrivati molto prima di me. I miei calcoli forse mi hanno aiutato ad avvicinarmi a Dio, ma ora che ho raggiunto Gerusalemme non riesco proprio ad intuire dove di preciso possa essere nato il Messia.

Con la nostra scienza che supera di gran lunga quella dei magi non siamo capaci di dare valore ad un abbraccio, ad un gesto di amore al perdono del nostro fratello. I magi sapienti della casta sacerdotale della Persia arrivano e non sanno con tutta la loro scienza distinguere nemmeno un tiranno come Erode.

 

Conserva la speranza di andare oltre le guerre, anche quelle nel tuo cuore, la speranza di guardare ad una luce che viene nel mondo.

I magi in effetti rappresentano questo cammino verso Gesù fatto di fatiche, di vittorie, ma anche di cadute.

Erode è il simbolo di chi vuole uccidere la speranza che è in te.

Ora, Erode dà veramente l’indicazione del luogo giusto ai magi, ma per i suoi piani... il suo progetto è di uccidere il bambino. e propone un altro re al posto del bambino: il re che propone Erode è sé stesso.

Ma ora a te, dopo aver incontrato il cattivo della storia, è richiesto un salto nella fede. ti è richiesto di fidarti della piccolezza di un neonato a Betlemme e difatti di nuovo compare la stella.

Ormai la cattiveria di Erode è risvegliata, ma non tornare da lui. racconta che è la piccolezza a salvare e non i tuoi titoli le tue mille etichette che ti sei cucito addosso come uno di quei generali dei film o dei quadri che quasi non stanno in piedi dalle medaglie.

È un bambino che ti ha salvato dall’essere prigioniero dell’immagine di sapiente che ti eri fatto di te stesso, un bimbo povero. Fai tesoro di questa piccolezza per esserne suo seguace.

E se invece io volessi stare dalla parte di Erode?

 

(Immaginiamo un dialogo fra i magi:
Magio 1 “Come? Da Erode? Ma lo sapete che si dice che abbia fatto uccidere sua moglie e uno dei suoi figli perché erano un pericolo per il suo potere?”
Magio 2:"Sì ma è una persona di grande autorità, sta facendo ricostruire il tempio a Gerusalemme, lui può aiutarci. D’altra parte, se chiediamo qualcosa ad un re, mica ammazziamo nessuno!” - al riguardo il terzo dei magi aveva uno strano presentimento...).

 

Certo, puoi farlo di tornare da Erode, e potresti anche avere successo riuscendo ad uccidere migliaia di bambini. Ma come nella storia di Mosè accade al faraone, Erode si è dimenticato di una cosa importante: dagli omicidi di tanti bambini se ne salva sempre uno ed è quello giusto che significherà la salvezza per tutti gli altri:
Gesù.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

8 gennaio 2012 (Battesimo di Gesù)

Oggi celebriamo la festa del Battesimo di Gesù.

Gesù viene battezzato da Giovanni Battista. Ma che significato può avere? Forse che Gesù aveva bisogno di essere battezzato?

Ma se Giovanni stesso afferma di non essere degno di sciogliergli il legaccio dei sandali...

Con il suo battesimo Gesù manifesta la sua solidarietà nei confronti dell’intera umanità. Solidarizza con ciascuno di noi. Non si estranea dalla storia del suo popolo, ma solidarizza con questa storia e se ne fa carico. Col suo battesimo, ““Gesù ci lascia già intravedere quella logica di solidarietà e condivisione che guiderà tutta la sua esistenza e che gli permetterà di intendere la sua morte come una morte “in riscatto per molti” (Mc 10,45)” (cfr. Padre Ermes Ronchi).

Gesù si manifesta solidale con i cristiani perseguitati in Nigeria, con le vittime della droga, con le vittime del gioco d’azzardo ( che è stato chiamato, la nuova droga di oggi) (cfr. Bagnasco mercoledì 3 Gennaio 2012), Gesù è solidale con gli ultimi del mondo: quelli che hanno bisogno di un battesimo di rigenerazione per ripartire... perché da soli hanno scoperto che non ce la fanno.

Allora prendiamo atto che il Vangelo è molto pratico perché riguarda la nostra vita e ciò che nella pratica posso fare (perché l’abbiamo ricevuto).

Certo nessuno può fare da sé; abbiamo bisogno di una fonte. Oggi il papa ha detto “genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell’amore di Dio. Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri. Per questo ci siamo impegnati nel salmo dicendo:
Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza“.>>

Dio vuole darci cose buone da mangiare come dice la prima lettura (Is.55) vuole farci vedere come possiamo collaborare con Lui, ma per fare questo ha bisogno del nostro sì.

Ha bisogno che con umiltà ci mettiamo quanto meno in fila come i discepoli di Giovanni Battista, quanto meno che ci mettiamo in fila come quando facciamo la comunione... perché Lui è già in fila con noi.

Da questo legame con Gesù scaturisce il nostro essere veramente umani e il nostro essere vicini agli ultimi perché Lui prima di noi è vicino agli ultimi. Nel suo essere Dio con noi (nel suo battesimo) dice il Vangelo che “si squarciano i cieli”, lo Spirito scende e ti avvolge (cfr. 1,10), la separazione che spesso sperimentiamo tra cielo e terra non esiste più.

Diceva la seconda lettura: “Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza”. 1Gv5,6

Veramente quest’acqua e questo Spirito nel battesimo fanno tanto, sono il dono di una vita nuova vissuta nella carità e nella verità, ma ciò non esclude per il cristiano il dare il proprio sangue per gli altri, il morire per un Dio che è amore, ma è amore concreto perché sempre come dice la 1Gv, è amore per gli altri, per i miei fratelli.

Maria Santissima ci aiuti a crescere sul modello di Gesù in sapienza e grazia per diventare veri cristiani, testimoni fedeli e gioiosi dell’amore di Dio ed educare i più giovani alla verità nella loro vita con l’aiuto che viene dal cielo dallo Spirito Santo.

Schematizzando:

Gesù perché si battezza? Per solidarizzare con l’uomo e la sua storia in ogni situazione più tragica.

L’uomo può rifiutare questo amore? Sì, tragicamente può rifiutarlo. Ma nella ricerca della sua felicità scopre che la fonte della felicità e la fonte della vita è nell’amore, nel perdono, nell’impegno che nasce dal dono di Gesù che si è impegnato con la sua vita per noi: siamo dei canali di questo amore che ne beneficiano.

Come nutrirsi di questo amore? Mettendosi in fila con lui, che è la verità.

Riceviamo un’assistenza? Sì l’assistenza dello Spirito Santo, “si squarciano i cieli” e lo Spirito è il dono di una vita nuova nella carità e nella verità.

Ciò non esclude per il cristiano il dare il proprio sangue per gli altri, il morire per un Dio che è amore, ma è amore concreto perché sempre come dice la 1Gv, è amore per gli altri, per i miei fratelli (che chiedono di essere educati e assistiti).

 

Sia lodato Gesù Cristo.

15 gennaio 2012

“Siete stati comprati a caro prezzo”diceva la fine della seconda lettura (1Cor. 6, 13-15.17-20). Grazia a caro prezzo diceva Bonhoeffer. Veramente a caro prezzo, se questa grazia costa il sacrificio di Dio. Se costa il sacrificio di tanti Cristi della storia, compresi quelli di oggi. Ma se la grazia di Dio è a caro prezzo come può essere anche dono?

La grazia è dono in quanto Dio ci dona il suo amore gratuitamente. Tutti siamo nati gratuitamente, siamo stati battezzati gratuitamente e non abbiamo nessun merito se abbiamo ricevuto la prima comunione e la cresima. Sono stati insieme a tanti altri atti infinitamente gratuiti dell’amore di Dio. La grazia ha un caro prezzo nel senso che è una fonte di valore inestimabile (una fontana d’oro) a cui noi possiamo attingere di continuo.

è bene perciò ricordarci che la fonte della grazia, Gesù, ha una caro prezzo in quanto essa è costata il sacrificio di Cristo. è una fonte inesauribile e a noi sta attingervi come si fa ad un pozzo d’acqua o come oggi si fa ai giardini di via Maragliano.

Come attingere a questa fonte?

Il Vangelo parla proprio di questo:

“Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. “ Gv 1,35-36

1° passo: Si attinge alla grazia attraverso i testimoni, come Giovanni Battista. Cioè attraverso quelle persone che mi indicano la via. Tutti noi nella nostra vita abbiamo incontrato dei genitori, o un catechista, o una suora, o un prete che ci hanno guidato verso Gesù. Questi sono i testimoni. Le persone che ancora oggi ti possono fare da guida. O anche gli stessi santi che ti hanno voluto incontrare e, ciascuno a suo modo, ti guidano verso la fonte.

“Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì - che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Gv 1,38-39

2° passo: Il Vangelo di Giovanni comincia con il “che cosa cercate?” ai due discepoli e si conclude nel giardino della resurrezione con la domanda di Gesù a Maria Maddalena: “Chi cerchi?”. Gesù di fronte alle nostre domande su necessità materiali (che cosa cerchiamo) porta i discepoli a scoprire che ciò che conta veramente è chi cerchiamo e in questo si pone vicino a noi, sul nostro cammino. Ci pone accanto delle persone, che sono quanto veramente conta della nostra vita e attraverso l’incontro con loro ci nutre.

Certo non si può svalutare l’importanza di certe necessità: il lavoro, i bisogni economici, la guarigione dalla malattia. Ma la garanzia della presenza amichevole di Dio nella tua vita (quella che chiamiamo grazia, cfr. il catechismo della Chiesa Cattolica) ti assicura che in questo cammino difficile verso la fonte non sei solo. Gesù per salvarci ha scelto la via dell’umiltà e della povertà. La povertà peggiore è quella della solitudine. E Dio ci ha salvato garantendoci che non siamo più soli, mai.

“Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.” Gv 1,39

3° passo: Erano le quattro del pomeriggio. Ci sono davvero dei momenti nella nostra vita unici irripetibili che sifissano nella nostra mente, come quando ci innamoriamo. E quel momento lì rimane con tutti i nostri particolari nella nostra memoria con il suo orario, i suoi profumi e tutte le caratteristiche. Così è anche per gli incontri che abbiamo con Dio. Possono essere stati in una confessione particolare, in un’adorazione, in una messa, nell’incotrare delle persone, ma hanno cambiato la mia vita. Allora li porto come tesoro prezioso con me. perché il Signore spesso usa anche la nostra memoria per guidarci verso la fonte che è Lui, venendoci a rincontrare come fa l’amato con l’amata (a volte con le stesse modalità del primo incontro; cfr. il Cantico dei Cantici).

“Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” - che significa Pietro.” Gv 1, 40-42

Conclusione: Chiamati da Dio, riceviamo allora una nuova identità. Se accettiamo di essere messi in discussione dai nostri fratelli, come a Pietro il Signore rivela a noi “chi siamo” secondo il suo progetto. Spesso il Signore non risolve direttamente i nostri problemi materiali, ma ci dice che in quelli non siamo soli e ci dice con la nuova identità di cristiani che Lui ci dona, come affrontarli. Con un respiro più ampio con una forza che non viene da noi, come è avvenuto per Pietro. Il Signore ci presenta un progetto da realizzare insieme.

Schema: Riassumendo, i tre passi verso la fonte costituita da Gesù sono:

  1. La testimonianza di persone che Dio mi mette di fronte nella mia vita,
  2. Passare dal “che cosa cerco” al “chi cerco”, perché Dio mi incontra come persona,
  3. Fare memoria degli incontri che ho avuto con Dio, in quali momenti? In quali situazioni? Quali sono le mie “quattro del pomeriggio”?

CONCLUSIONE: Attraverso gli altri e nell’incontro con Lui, Dio mi dona una nuova identità come cristiano e mi guida a realizzare un progetto insieme a Lui, come ha fatto con Pietro.

 

Se servissero ulteriori conferme di tali passaggi si guardi nella Bibbia. Per esempio nella prima lettura 1Sam. 3,3-10.19 si riscontreranno gli stessi passaggi. 1- Samuele è aiutato da Eli che gli fa da testimone; 2- Samuele ha un incontro personale con Dio; 3- Samuele incontra il Signore in un momento preciso. In CONCLUSIONE Samuele riceve dal Signore la sua identità di profeta. In collaborazione con Dio stesso realizzerà poi il progetto di Dio per la sua vita.

Non sono storielle. è la verità che tanti santi hanno messo in pratica. Persone come Madre Teresa di Calcutta, che attingevano la loro forza dall’incontro con Cristo nei poveri. Ma si noti bene che attingevano questa forza da ore di adorazione la mattina prestissimo per poter servire gli altri.

è questo l’aiuto del Signore, fonte inesauribile da cui attingere. Nel suo sangue siamo stati lavati e siamo divenuti perciò a caro prezzo Figli di Dio.

Maria Santissima interceda per noi, perché attingiamo continuamente, senza stancarci, a questa fonte.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

22 gennaio 2012 (racconto di una storia vera)

Al camposcuola delle medie a Castagno d’Andrea

Partiti verso castagno e ormai al secondo giorno di camposcuola, il sabato, ci siamo accorti di esserci dimenticati i palloni in parrocchia. Frugando nei bagagliai delle macchine ne abbiamo trovati due, ma mancavano i palloni da pallavolo, più leggeri.

Mentre i ragazzi giocavano, allora uno di noi è andato in macchina nel paese di castagno, distante un kilometro circa dalla nostra casa. Gli è stato detto che né al paese, né a San Godenzo c’erano negozi che vendevano un pallone: “Provate a chiedere a qualcuno di qui, se ve lo presta”, han detto alla tabaccheria.

Un po’ imbarazzato il nostro inviato si è avvicinato ad una signora che accompagnava un bimbo di circa quattro anni: “Scusate, siamo un gruppo parrocchiale che per tre giorni è qui alla casa Don Bosco; avete da prestarci un pallone per favore?”. Prima che la mamma rispondesse, il bambino accanto a lei ha detto: “Te lo presto io il pallone”.

È tornato di poco indietro con la sua biciclettina, ha salito le scale di casa ed è sceso con la palla. Che pallone potrà portare un bambino così piccolo, forse un giocattolino inutilizzabile??? No, il piccolo David è sceso con un bel pallone bianco della Nike e lo ha messo a nostra disposizione.

Così i nostri ragazzi hanno potuto giocare coi palloni tutto il pomeriggio.

Ma la storia non finisce qui. Tira una volta, tira un’altra volta, un calcione ha spedito la palla imprestata al di là della recinzione, al di là della strada, dove il bosco era più fitto, pieno di arbusti e sterpaglie.

Le ricerche fatte col buio e con la luce del giorno dagli animatori sono state inutili. Il pallone era andato perso…

Alla messa abbiamo meditato su quante volte il Signore Gesù’ ci fa dei doni e noi non li utilizziamo bene e magari li sprechiamo.

Magari, come nel brano del Vangelo di oggi, il Signore ci chiama: “Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» ”b(mc 1,17). E noi non capendo il dono della sua chiamata facciamo come il profeta Giona che all’inizio scappa dai niniviti.

Quanta gioia invece nel dire sì al Signore! come Simone e Andrea che “subito lasciarono le reti e lo seguirono”(mc 1,18). O come Giacomo e Giovanni che “lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui” (mc 1,20). Così gli apostoli, uomini come noi, hanno cambiato il mondo.

Il Signore Gesù’ ci chiede di seguirlo anche se non capiamo subito cosa significa essere pescatori di uomini. E quando diciamo sì, come accade anche a Giona nella prima lettura (gio 3,1-5.10), i niniviti si convertono e possiamo condividere la nostra gioia con gli altri! Basta il nostro sì, per cambiare l’ordine degli eventi… al resto ci pensa il Signore.

Alla fine del camposcuola, nell’ultima riunione, dopo che tutto era andato molto bene, abbiamo chiesto ai ragazzi: “Ma, secondo voi, come dobbiamo comportarci nei confronti del bambino che ci ha prestato il pallone perso?”. I ragazzi hanno proposto di autotassarsi per ricomprarglielo. Ma era domenica pomeriggio e dove potevamo andare per acquistarlo?

Uno dei ragazzi di terza media ha alzato la mano e ha detto: “L’altro pallone con cui abbiamo giocato a calcio era il mio: diamogli quello”. Tutti gli altri si sono proposti allora di pagarglielo. Ma il ragazzo di terza media non ha voluto esser pagato e tutti l’abbiamo ringraziato con un applauso.

Mentre stavamo per lasciare la casa col pullman, il giovane è venuto da me e mi ha dato il suo bel pallone da calcio per regalarlo al bimbo di Castagno in cambio di quello perso.

In quel momento due bambini sono arrivati di corsa gridando: “Don Marco, don Marco!”. “Che è successo?” ho risposto. E loro: “Una signora è venuta qui alla casa e ci ha detto che aveva trovato vicino alla strada il pallone bianco che avevamo perso: eccolo qui.”.

Con gli occhi sgranati per lo stupore, abbiamo preso il pallone bianco e abbiamo restituito il pallone del ragazzo di terza media al suo proprietario.

Il piccolo David ha riavuto il suo pallone e tutti noi siamo tornati a casa più sollevati e ricompensati, non solo dei palloni, ma riempiti di un amore che non viene solo da noi.

Sembrava che avessimo organizzato tutto in modo da dare una testimonianza su cosa significa amare con l’amore del bambino Gesù’ nato per noi. Ma non era così. C’e’ un regista infinitamente più capace di noi che, ancora una volta, aveva pensato di insegnarci che effetti può avere il nostro sì. Il Signore ci chiede solo di offrire il nostro amore; poi attraverso la generosità del bambino di castagno d’Andrea, del ragazzo di terza media e di tutti i ragazzi del camposcuola, si manifesta la sua bontà infinita e gratuita.

Mettiamo quello che abbiamo come padri, madri, catechisti, animatori e ragazzi: al resto ci pensa lui… anche quando ci sembra di aver perso irrimediabilmente quello che avevamo.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

29 gennaio 2012 (Santo Stefano)

Il Vangelo di questa domenica (Marco 1,21-28) ci pone di fronte il tema della Parola di Gesù come verità opposta alla menzogna (l’efficacia o “sacramentalità della Parola” come la chiama Benedetto XVI nella Verbum Domini). Gesù viene a noi con “Un insegnamento nuovo, dato con autorità” (Mc 1,27). Gesù opera di sabato in una sinagoga trovandosi a parlare con gli scribi. E di sabato certe guarigioni non si potevano compiere; Gesù le compie perché in quel giorno si era conclusa l’opera di Dio nella creazione ed egli stesso si presenta come Dio.

Il termine insegnava è riferito nel Vangelo di Marco solo a Gesù. Gesù è colui che viene a parlarci con autorità, che nella traduzione italiana si può accostare al termine latino auctoritas (ciò che fa nascere). Gesù è allora colui da cui rinasciamo a vita nuova.

Tutto converge a sottolineare che Gesù introduce certe novità perché è Dio. Il Vangelo di Marco propone allora Gesù come verità della nostra vita.

Ora, sono disposto io ad accettare che il Signore sia questa verità nella mia vita? O rischio di considerare Gesù una delle verità possibili? Probabilmente tanti membri di altre religioni come l’Islam o il Buddhismo si salveranno prima di noi (o quantomeno di me che scrivo)... Ma noi nel nostro cammino riconosciamo che Gesù è la Verità, il Signore che ci fa rinascere a vita nuova? Quando i contenuti di altre religioni non collimano col Vangelo, abbiamo il coraggio di dire: “Io credo in Gesù, vero Dio e vero uomo”? Non si tratta di condannare il cammino che altri compiono, ma di riconoscere la nostra identità: Colui da cui rinasciamo. Abbiamo questa fede?

è un sì, questo, che i ragazzi spesso sanno dire meglio degli adulti perché non hanno tante sovrastrutture che condizionano la loro fiducia (tanti giovani come Samuele e Davide hanno avuto il coraggio di dire sì a Dio). Tale assenso è un salto nel vuoto. Ma è un sì che cambia la nostra vita in meglio. Come non notare per esempio che il sacramento del matrimonio oggi è in crisi e ad esso seguono tante separazioni. La lettera agli Efesini (5,25 e ss.) ci ricorda che il matrimonio è immagine del rapporto tra Dio e la sua Chiesa (ciascuno di noi). Non è bene fare considerazioni sui singoli casi di separazione, spesso dolorosi e difficilmente decifrabili..., ma non può darsi che tante separazioni siano conseguenza del fatto che il rapporto col proprio coniuge non era fondato sulla fede in Cristo? è facile per me (prete) fare tali considerazioni da non sposato, ma si ripropone qui, alla luce anche della seconda lettura (1Cor.7,32-35), la domanda: è il Signore il fondamento della mia vita sia che io sia sposato, sia che non lo sia?

Il primo moto di fronte a queste sollecitazioni che vengono dal Vangelo è una sensazione di estraneità scomoda e dolorosa, ma il Vangelo è Parola di libertà. è una liberazione offerta e non imposta come quando il medico ti offre una medicina amara per guarire o il chirurgo per sanare una ferita ne deve fare un’altra.

Gesù viene a curarci offrendoci la Verità che ci libera, il senso della nostra vita. A noi quindi la scelta: vuoi accettare l’offerta o rifiutarla? L’indemoniato del Vangelo rappresenta la possibilità di ribellarci all’azione di Dio. Anche noi infatti abbiamo delle piccole parti della nostra vita che sono possedute dal male: pensiamo a quando siamo invidiosi sul lavoro, all’ira, all’essere permalosi, alle volte in cui ci lasciamo prendere da passioni che non sappiamo controllare. Quando ci capita qualcosa che non comprendiamo, rischiamo di rivolgerci al Signore con le parole dell’indemoniato: “Che vuoi da noi? Sei venuto a rovinarci?”. In tali frangenti, quando non capiamo cosa accade e sembra che il Signore ci abbia abbandonato, Gesù ci propone invece di bruciare le nostre zone oscure.

Il Signore vuole sanarci per liberarci. In questo senso Gesù è l’autorità, perché è colui che ci fa nascere e fa rinascere a vita nuova. Anche quando tutto sembra perduto (cfr Mc 1,25-26: “E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui” ). Il Signore ti propone di sanare le menzogne della tua esistenza perché tu possa realizzare il progetto meraviglioso della tua vita, indipendentemente dagli errori che tu possa aver fatto in passato. Veramente il Signore scrive diritto sulle righe storte.

è un messaggio di speranza che ci ricorda in Chi è la salvezza della nostra vita. è Gesù il profeta annunciato agli israeliti nella prima lettura (Dt 18,15-20). è in Gesù che diventiamo tutti profeti se riconosciamo la Sua autorità. Gesù è la verità che, offrendosi senza imporsi, zittisce la menzogna.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

5 febbraio 2012 (Battesimo di Edoardo)

5 febbraio 2012, battesimo alla Messa delle 10.00

Oggi, col sacramento del battesimo, Edoardo rinasce alla vita... e noi che possiamo dirgli? Tanti auguri! Ti auguriamo che tu possa avere una vita felice e che tu non soffra, che tu cresca sano e senza paure. Con fede e saggezza tu possa affrontare le difficoltà prendendo atto che non sei mai solo. Ti auguriamo che tu possa sempre seguire il bene, ma non possiamo escludere che tu caro Edoardo dovrai lottare contro il male.

Per questo diceva Tertulliano, scrittore ecclesistico del 2°/3° secolo: “Cristiani non si nasce, ma si diventa”. Edoardo oggi è già cristiano in virtù del battesimo, ma lo deve diventare. E lo diventerà attraverso la lotta contro il male. Con le stesse armi che sono messe a disposizione a tutti gli uomini, cristiani e non. Ma con una presenza in più che è ben più di un’arma: quella del Signore.

Nella presenza del signore della sua vita Edoardo potrà fare di questo mondo un paradiso. Un po’ come nella storia di quell’uomo a cui è concesso di andare in paradiso. Ma egli espresse il desiderio di vedere anche com’era l’inferno...

“A un uomo fu dato il permesso di visitare il paradiso e l’inferno mentre era ancora in vita. Andò prima all’inferno, e lì vide un gran numero di persone sedute a lunghe tavolate, imbandite di cibo ricco e abbondante. Eppure queste persone piangevano e stavano morendo di fame. Il visitatore ben presto ne vide la ragione: i cucchiai e le forchette che usavano erano più lunghi delle braccia, cosicché costoro erano incapaci di portare cibo alla bocca. Poi l’uomo andò in paradiso e lì trovò la stessa situazione: lunghe tavolate imbandite con cibi di ogni genere; anche qui la gente aveva posate più lunghe delle braccia e anche qui non poteva portare cibo alla bocca; eppure avevano tutti l’aria di essere soddisfatti e ben nutriti. La spiegazione era semplice: anziché cercare di nutrire se stessi, s’imboccavano reciprocamente.” (da “Crescere: teoria e pratica della psicosintesi” di P. Ferrucci)

Oggi a Edoardo è garantito esattamente questo in ogni ambito della sua vita:

Prima di tutto nella frenesia della sua giornata: avrà anche lui la sensazione di correre come un criceto in gabbia. Ma il Signore come nel Vangelo di oggi gli suggerirà che la vita può essere frenetica e nella continua ricerca di soddisfare gli altri. C’è un equilibrio che egli non solo ci offre come modello... ce lo offre anche in quanto Dio se solo noi accettiamo che sia lui a riordinare la nostra giornata.

La giornata di Gesù non è solo un esempio, ma in quanto Gesù è Dio, dice a te adulto che ascolti, ordina la tua vita secondo la volontà del signore, nessun consulente te la può ordinare. Ma nel tuo rapporto personale con Dio questo puoi farlo anche prendendo decisioni che ti portano a fare meno di una cosa e più di un’altra. Persino Gesù di fronte a tanta gente che aveva bisogno ha detto: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. Eppure c’era tanta gente che anche lì lo cercava.

Nessuna persona (prete o non) potrà giudicare o dare risposta a certe domande profonde che si porrà Edoardo.

La vita è tua e l’equilibrio che la regge è un affare strettamente personale. Lì interviene il rapporto tra te e colui che ti ha creato... perché? Perché lui ti ha creato! È lui che dà il senso della tua vita, anche quando gli equilibri si fanno più precari. Come può una persona o un prete giudicare o avere la risposta a domande come quelle che si pone Giobbe nella prima lettura? La situazione di Giobbe giustamente ci lascia nell’angoscia. Ci fa dire: aiuto... perché. Perché questo dolore che spesso non ha spiegazione? Molte cose sembrano non avere senso. Perché esiste la malattia? Lo stesso libro di Giobbe, che ha avvicinato tanti atei alla fede, finisce che solo una persona vede più lontano di noi ed è Dio.

Questa è la nostra consolazione, l’arrivare a dire col cuore “tu vedi più lontano di me”.

Il Signore fa esattamente questo anche all’inizio del brano di Vangelo che abbiamo ascoltato, guarendo la suocera di Pietro dalla febbre.

È un grande miracolo? Probabilmente no. Quante persone fra noi sono state guarite dalla febbre senza gridare al miracolo... eppure la piccolezza di questo segno esalta la grandezza del suo significato. Gesù si avvicina alla donna, la prende per mano, la fa alzare, la febbre la lascia ed ella si mette a servire tutti.

Ecco quanto fa il Signore nella nostra vita... prima di tutto avvicina e ci prende per mano... non si vergogna di te. Vede in te quello che non sei e poi?

E poi ti fa alzare.

Cari fratelli e sorelle, questo verbo “alzare” egheiro è lo stesso verbo usato per indicare la resurrezione. Come dice il salmo 73, il Signore ti prende per mano per condurti alla gloria. E cosa è alzarci nella nostra esistenza?

È ritrovare il motivo per cui vale la pena vivere, è servirci gli uni gli altri: questo è il segno che il Signore ci ha salvato: cominciare a servire i nostri fratelli.

Ma allora è proprio necessario soffrire? Questo non si può dire... ma la croce è la via che nostro signore ha scelto per servirci. Vivere la propria sofferenza per gli altri è la forma più alta di servizio.

È il servizio della mamma che assiste i bambini, del babbo che lavora e che ci fa utili da malati che eravamo.

Mi rendo conto che io non sono nemmeno degno di parlare di sofferenza, ma ho visto sani convertirsi perché hanno incontrato dei malati parlargli di Gesù. È la storia di san Giuseppe Cottolengo e di tante persone che Gesù ha reintrodotto da malata nel cerchio familiare. Ora la suocera di Pietro sa che può essere utile a qualcuno. Così Gesù ha ridato senso alla sua vita. tante volte continua a fare così anche oggi.

È questo quanto auguriamo a Edoardo col battesimo che Cristo oggi lo prenda per mano e guidi a servire gli altri.

È questo il Vangelo che Paolo nella seconda lettura e un prete come me ha la necessità anche oggi di annunciare. Senza volere giudicare nessuno, perché anche paolo come te e come me è stato cercato e trovato quando ancora era peccatore da nostro signore Gesù.

Ma è lo stesso Cristo che oggi caro Edoardo ti fa creatura nuova, annunciatore tu stesso di questo Vangelo che ci fa utili e dà un senso alla nostra vita anche nei momenti di fatica.

Buona vita Edoardo!

12 febbraio 2012

Il lebbroso come dice la prima lettura (dal levitico) era una persona che doveva stare lontano dai sani. Persino ai tempi di san francesco, 1200 anni dopo, era così.

Gesù fa una cosa che assolutamente non si doveva fare: si avvicina, gli tende la mano e lo tocca! Era uno scandalo sia sotto l’aspetto della legge che sotto quello igienico-sanitario! Che significato può avere questo gesto?

Nel brano del Vangelo (Mc 1,40-45) che abbiamo ascoltato, si respira un contrasto evidente, un atteggiamento contraddittorio di Gesù in due casi:

  1. tra l’accoglienza del lebbroso (“lo voglio, sii purificato”) e come il guarito è congedato (“lo ammonì severamente e lo cacciò via”)
  2. tra la purificazione di Gesù contraria alle norme rituali da una parte, mentre dall’altra l’ordine di mostrarsi al sacerdote e di fare l’offerta secondo la legge di Mosè.

Una terza contraddizione si riscontra nel lebbroso guarito che riceve l’ordine di non dire nulla e poi viola clamorosamente questo ordine.

Tali contraddizioni ci dicono che a Gesù non interessava la fama (in particolare la prima e la terza contraddizione) e che a Gesù non interessava andare contro la legge (la seconda). A Gesù interessa invece portare a compimento la tua vita.

Cioè Gesù e l’evangelista ti vogliono dire di non porre l’attenzione sul gesto, ma sul significato del gesto!!!

Gesù ti vuole salvare dalla tua lebbra e dalle tue morti. Vuol dare senso alla tua vita. Ti vuole liberare da quella lebbra che si chiama “paura di morire” (che si può manifestare come paura di non essere accettato, di non trovare lavoro, di essere solo, di non avere amici o di non essere nessuno).

E il momento in cui ti salva Gesù è esattamente quello in cui ti riconosci lebbroso. Gesù ti viene a “toccare” proprio nel tuo essere lebbroso. È lì che incontri Cristo. Nel tuo non farcela.

San Francesco, Raoul Follereau, madre Teresa di Calcutta questo lo avevano ben compreso. Tutti noi giovani e adulti abbiamo una grande paura dei nostri difetti. Eppure il nostro limite è il luogo dove entriamo in contatto con lui.

Da circa due secoli con la rivalutazione delle materie e delle prove “scientifiche”, si è tentato di dare una spiegazione “scientifica” a tutto quanto ci accade. Sicuramente dalla ricerca è derivato tanto bene. Ma l’esasperazione di un certo modo di pensare ha portato a correnti come lo scientismo, il positivismo, il futurismo: piano piano si è messo da parte il significato e il senso di ciò che accadeva per trovarne solo la spiegazione in termini di effetti naturali. È una cultura e un modo di pensare di cui siamo impregnati.

È come se dalla fine del 1800 a oggi l’uomo sperasse: “ ora la scienza troverà una soluzione ai miei mali...” e non la trova! E la scienza dice: “Ma la stiamo per trovare! Stiamo per trovare la soluzione alla sofferenza e alla morte...”. E allora aspetta ci siamo quasi... ma ancora non ci siamo!

La scienza non riesce a dare un significato e un senso alla sofferenza, alla morte e soprattutto all’esistenza umana.

“Newton ha osservato una mela che cadeva e ha scoperto la legge di gravità... meraviglioso! Ma se Newton si fosse chiesto come quella mela era arrivata in cima all’albero, avrebbe scoperto una legge molto più importante! Quella di un Dio che non solo ti ha creato, ma fortemente voluto! Un Dio che si prende cura di te, nelle tue malattie. La legge di una natura creata che coopera al mio bene.” (citazione di Davide Rondoni)

Questo è il significato che il Signore ci chiede di trovare dietro alle lebbre della nostra vita che sono le paure di cui si diceva prima (per es. la paura di non essere accettato, di non trovare lavoro, di essere solo, di non avere amici... di non essere nessuno).

Come nella seconda lettura il Signore ci chiede se vogliamo fare con lui un cammino di guarigione, secondo quanto proposto dalla seconda lettura, nel quotidiano (“sia che mangiamo sia che beviamo” cfr. 1cor.10, 31-11,1).

Alla fine nel rapporto di amore che Gesù ha per noi la situazione si ribalta (mc1,45): Gesù si trova nel deserto come all’inizio doveva stare il lebbroso... ma aspetta che tu gli venga incontro perché lui possa sanarti.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

19 febbraio 2012

All’inizio del Vangelo incontriamo Gesù che “annuncia la parola” (la parola di Dio che per via analogica è Gesù stesso): è l’ascolto della parola che da individui ci fa persone, da folla ci fa popolo. Proprio come avviene nella messa.

Quattro persone, si noti bene non “individui”, ma persone cioè “in relazione con l’altro” portano il paralitico a Gesù perché avvenga la guarigione (in un’abitazione palestinese, che aveva un tetto fatto di frascame e fango secco ed era ad un piano, la cosa era realizzabile).

Ma le prime parole di Gesù sono: “ Figlio ti sono perdonati i peccati”: perché quest’attenzione di Gesù al peccato? Peccare, etimologicamente, è mancare il bersaglio, essere sviati dal proprio fine, essere creatura senza fine, immagine senza realtà, come uno specchio che non riflette (confronta san clemente romano secondo cui Cristo è l’unico specchio che riflette la realtà di Dio)... ma in noi, nonostante il peccato, rimane la nostalgia della verità. Tutti abbiamo peccato, l’abbiamo riconosciuto all’inizio della messa, l’unica via per migliorarsi è riconoscerlo.

Peccato è diverso da colpa.

Il peccato ti espone al pentimento e quindi al perdono. La colpa ti può esporre al senso di colpa.

L’atteggiamento richiesto per ricevere bene questo dono del perdono dei peccati quando ci si confessa è il pentimento, cioè il dispiacere sincero per i peccati commessi.

Non va confuso con il senso di colpa. Il senso di colpa deriva da una sorta di rabbia verso se stessi: ho fatto questo e mi faccio ribrezzo, non mi piaccio. Qui il rapporto è solo con me stesso, non c’è il “tu”, mi guardo allo specchio e provo disagio, mi colpevolizzo, sono deluso di me. Questo non c’entra nulla col pentimento e il Signore non vuole che abbiamo i sensi di colpa perché vuole che ci vogliamo bene, che amiamo noi stessi (“ama il prossimo tuo come te stesso“). Il pentimento per i propri peccati, invece, è l’uscita dalla chiusura in se stessi (il senso di colpa) e l’apertura all’altro, provando dispiacere perché lo abbiamo offeso. Proviamo dispiacere non per il nostro “io” ma per il “tu”, che abbiamo fatto soffrire, che abbiamo tradito”. (Testo tratto dagli incontri mensili del lunedì in seminario a Firenze)

Silvano Fausti usa questo esempio, forse un po’ semplicistico, per spiegarlo:
“La colpa è nei confronti della propria immagine, il peccato nei confronti dell’altro (Dio o il mio prossimo). Se dalla finestra faccio cadere un vaso in testa ad un estraneo, mi sento in colpa, dispiaciuto anche, e forse soprattutto per ciò che ho fatto; se cade in testa ad un amico, sono dispiaciuto per ciò che lui si è fatto. è importante notare che la colpa conosce solo l’espiazione; il peccato invece conosce il perdono” (confronta ricorda e racconta il Vangelo di Silvano Fausti).

Se amare dà la vita, perdonare è far risorgere un morto... alla vita eterna. Nel perdono conosciamo Dio e la vita eterna... sì perché il perdono ti rende capace di amare, e a quel punto di amare sia Dio che gli altri. Il perdono ti proietta nell’amore stesso che è Dio. Che questo ci lasci stupiti come gli astanti alla fine del Vangelo è normale.

Allora attraverso il perdono lasciamo che sia Dio ad aprire una via nuova nel deserto del nostro peccato come dice Isaia nella prima lettura.

A noi è fatto questo dono se rispondiamo semplicemente “Sì voglio incontrare questo amore”, questo “dono per”, “per-dono”, “dono moltiplicato”. A noi è dato di rispondere col nostro “amen” a Dio, colui che (come nella seconda lettura, dalla 2 cor.) non fu sì e no; ma fu solo “Sì”, “Ti voglio perdonare”, “Voglio che tu ami” “Voglio che fin da ora tu viva il paradiso della vita eterna”.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

4 marzo 2012

Nell’uomo si coltiva una grande sete di ricerca, quasi una sfida che ci spinge ad andare oltre.

Le letture di oggi ci parlano proprio di questo “oltre”.

Siamo fatti per qualcosa di più grande di questa esistenza ferita; siamo fatti per la vita eterna.

Di questo parla il Vangelo: la trasfigurazione è un’apparizione pasquale anticipata, destinata come quelle post-pasquali ad illuminare e a svelare il mistero della morte e risurrezione di Gesù: destinata a Pietro, giacomo e giovanni, che avrebbero partecipato più da vicino degli altri all’agonia di Gesù nell’orto del Gethsemani, e poi agli altri apostoli, ai discepoli e a tutta la chiesa... a tutti gli uomini.

Sì perché in ognuno di noi c’è un sogno, anche in chi non crede. E il Signore vuole che questo sogno si realizzi.

La trasfigurazione è la risurrezione anticipata per un istante - a conforto dei tre apostoli e a segno rassicurante per tutti - mentre la risurrezione è la trasfigurazione resa eterna.

In questo cammino della quaresima, attraverso la trasfigurazione, siamo chiamati a meditare sul fatto che Dio è oltre. E la nostra esistenza non si può limitare ad un gretto realismo avulso da ogni speranza. Noi siamo fatti per l’eternità. Siamo fatti per l’oltre.

Siamo chiamati in ogni situazione ad andare oltre le nostre debolezze, siamo fatti per l’eternità! E Dio in Gesù vuole offrirci proprio questa eternità... è un po’ come avviene in natura: il bruco, una volta che si chiude nel bozzolo di seta, agli occhi degli altri animali ha finito la propria esistenza. Ma in realtà sta per diventare una farfalla... esattamente come avviene nella resurrezione.

La prima lettura “il sacrificio di Isacco” richiesto da Dio ad Abramo è stata il fondamento del più famoso dei libri di Kierkegaard: “Timore e tremore”. Bisogna “andare oltre”..., ma come posso andare oltre di fronte agli eventi più tragici della vita? Come si può andare oltre quando Dio per esempio chiede ad un genitore di rinunciare al proprio figlio? Personalmente non ho risposte al riguardo. Ne ho parlato con alcuni padri di famiglia e non ne ho trovate di risposte. Tutti hanno detto che avrebbero preferito dare la loro vita per i figli. Kierkegaard stesso che dice che la vicenda del sacrificio di Isacco è un assurdo per un Dio che si definisce buono. Non c’è una risposta generale, ma solo relativa alla specifica esistenza di quella persona. Abramo scopre la “terribile responsabilità della solitudine“ in quell’evento. Non si può dare una risposta generale; tutt’al più si può contemplare la fede di alcuni padri che un figlio l’hanno perso davvero e in quell’evento così tragico rimangono un esempio di fiducia in un Dio buono che vuole la nostra resurrezione. E questo avviene anche per noi, negli eventi più tragici della nostra vita. In essi spesso non c’è una risposta, ma sperimentiamo solo la terribile responsabilità della solitudine.

Siamo chiamati a ripartire e non a rinunciare ad andare oltre... anche quando non capiamo completamente cosa significhi questo andare oltre. Come i discepoli che continuano a chiedersi che cosa voglia dire “risorgere dai morti”. Per entrare in questo mistero bisogna accettare la croce.

La trasfigurazione ci mostra la gloria a cui siamo destinati. Ma la gloria è possibile soltanto dopo la croce. Dio in questo ci promette che non saremo mai soli: “Dio è per noi, chi sarà contro di noi ?”, diceva la seconda lettura rom 8, 31-34.

Spesso è proprio nella nostra stessa debolezza che scopriamo questo essere di Dio per noi, come nella storia dei tre alberi.

C’era una volta in cima a una collina, un bosco di cui facevano parte tre alberi. Essi discutevano spesso fra loro, raccontandosi le loro speranze e i loro sogni. Il primo albero disse”un giorno o l’altro diventerò una cassa per contenere un tesoro. Verrò riempito d’oro e d’argento e di pietre preziose e verrò decorato con preziosi intagli. Tutti ammireranno la mia bellezza”. Il secondo albero disse: “Un giorno o l’altro diventerò una grande e potente nave. Porterò per mare re e regine, e navigherò in ogni angolo del mondo. Tutti si sentiranno sicuri in me, per merito della forza del mio scafo”. Finalmente il terzo albero disse: ”Io voglio crescere e voglio diventare il più alto e il più robusto albero della foresta. La gente, vedendomi in cima alla collina, e osservando i miei rami, penserà al paradiso e a Dio e come io sia molto vicino ad entrambi. Io diverrò l’albero più grande di tutti i tempi e la gente si ricorderà sempre di me”.
Dopo alcuni anni di preghiere che i loro sogni divenissero realtà, giunse nella foresta un gruppo di taglialegna.
Uno di questi, vedendo il primo albero disse: “Questo sembra proprio un albero robusto, penso che non avrò difficoltà a venderlo ad un falegname”. Così dicendo cominciò ad abbatterlo. L’albero si sentiva veramente felice perché era certo che il falegname ne avrebbe fatto una cassa per il tesoro.
Vedendo il secondo albero, un altro taglialegna disse: “Questo albero sembra essere molto robusto. Penso che farò un buon affare vendendolo al cantiere navale”. L’albero si senti anch’esso molto felice perché sentiva di essere in procinto di diventare una potente nave.
Quando un taglialegna vide il terzo albero, disse che non aveva nessun piano particolare, e si accinse ad abbatterlo; l’albero si sentì molto spaventato perché sapeva che se fosse stato abbattuto il suo sogno non avrebbe mai potuto realizzarsi.
Quando il primo albero giunse dal falegname, questi ne fece una mangiatoia per animali, la mise in una stalla e la riempì’ di fieno per dar da mangiare ad un bue e un asinello. Questo non era certo ciò per cui l’albero aveva tanto pregato.
Il secondo albero venne utilizzato per realizzare una piccola barca da pesca. Il suo sogno di diventare una nave potente e trasportare re e regine era terminato in questo misero modo.
Il terzo albero venne fatto a grossi pezzi e abbandonato solo soletto al buio in una catasta di un cortile.
Gli anni passarono e gli alberi scordarono i loro sogni.
Un giorno un uomo ed una donna entrarono nella stalla dove era stata posta la mangiatoia. La donna aveva partorito un bambino ed essi misero il bimbo nella mangiatoia, che era stata fatta con il primo albero.
L’albero in quel momento sentì l’importanza di quanto stava accadendo e si rese conto che, come nei suoi sogni più rosei, il bambinello che ospitava era il più grande tesoro di tutti i tempi.
Alcuni anni dopo un gruppo di dodici pescatori uscì a pescare nella piccola barca fatta con il secondo tronco. Uno di loro era stanco e andò a dormire. Mentre erano in mare aperto, si scatenò una tempesta e il tronco pensò di non essere forte abbastanza per riportare gli uomini a casa sani e salvi. I pescatori allora svegliarono l’uomo che dormiva; questi si alzo e disse: “Pace” e immediatamente la tempesta cessò.
In quel momento l’albero diventato barca si rese conto di aver trasportato il re dei re.
Dopo svariati anni, qualcuno andò a prendere il terzo albero. Fu trascinato lungo la strada, con la folla che derideva l’uomo che lo stava trasportando. Poi l’uomo fu inchiodato all’albero e sollevato, morendo in cima alla collina.
Quando giunse la domenica, l’albero si rese conto di essere forte abbastanza, essere in cima alla collina ed essere il più vicino possibile a Dio, perché Gesù era stato inchiodato su di lui.

Dio purifica il nostro desiderio per realizzare il nostro progetto in collaborazione con lui.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

11 marzo 2012

Semplice traccia dell’omelia dell’11 marzo 2012

Esodo 20, 1-17 / 1 Corinti 1, 22-25 / Giovanni 2, 13-25

“non voglio che tu sia schiavo degli dei falsi”, dice il Signore nella prima lettura.

Il centro di tutto è il servire:
“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire [...] dalla condizione di schiavitù [letteralmente: dalla casa di servitù] ci ordina: non ti prostrerai di fronte a loro [altri dei] e non li servirai“.

Devi scegliere se servire la libertà, l’amore di Dio incarnato o la schiavitù.

I dieci comandamenti della prima lettura sono un’imposizione o un cammino che il Signore ti propone per la vita eterna? Dio è colui che ti fa soffrire e che ti giudica, oppure è il Dio dell’amore?

E allora perché aver paura di questo Dio?

Dio è amore e ti guida nella libertà attraverso i comandamenti, questo illumina anche l’interpretazione del Vangelo di oggi.

L’episodio del ribaltamento dei banchi presso i venditori del tempio è sicuramente uno dei più difficili da spiegare. Come può Gesù arrabbiarsi così, se poi mi viene ad annunciare il perdono dei peccati... un Dio che è buono e provvede sempre a me?

Dice il Vangelo: “Fece una frusta di cordicelle”. Perciò sicuramente ci troviamo di fronte ad un gesto profetico in due sensi:

  1. nel senso di critica verso le istituzioni e verso chi detiene il potere (cfr. is.1,10 e ger. 7)
  2. nel senso che anticipa simbolicamente la missione di Gesù (come faceva Geremia coi suoi segni (ger.capp.13-19-27).

Ma non è solo questo.

Gesù è veramente arrabbiato. E ciò può sconcertare... come può arrabbiarsi il Dio dell’amore?

Gesù è sconcertato dell’immagine di un Dio mercante che a volte abbiamo.

Dio non tollera che delitto e solennità vadano insieme (cfr. is.1,10-15).

E il nostro rapporto con Dio non può essere in termini di scambio... preghiere in cambio di favori. Il suo comportamento verso di noi è il contrario. È pura gratuità.

Gesù sa che nel cuore noi coviamo un’immagine distorta di lui.

Ma come agli apostoli ci chiede un atteggiamento: (giov. cap. 2 v.22) “Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla scrittura e alla parola detta da Gesù.”

Gesù ci dice: “Ricordati! Lo spirito santo nella tua vita poi ti spiegherà ogni cosa”.
Ricordati delle volte che hai sentito come se Gesù fosse arrabbiato con te... in realtà ti sta guidando in un cammino di conversione verso l’amore e la vita eterna.
Ricordatene in vista della sua e della tua resurrezione!
Veramente la parola di Dio non è mai capita quando è detta, ma quando si realizza. Lo spirito santo aiuta in questo.

Il tempio di carne fatto dai membri della chiesa in Gesù deve essere segno dell’amore, non del potere.

Questo Gesù, amore incarnato, è il Dio di cui parla la seconda lettura. Un Dio che può farci apparire a volte come illusi (la croce è scandalo o stoltezza per chi non crede). Ma su questo amore si regge la dignità dell’uomo.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

18 marzo 2012

Letture: 2 Cronache 36, 14-16.19.23 / Efesini 2, 4-10 / Giovanni 3, 14-21

La salvezza è un dono: lo si può solo accogliere. Dio ingaggia una lotta con quella parte di noi, che resiste alla grazia. Ci vuole una progressiva illuminazione dell’uomo per farlo venire alla luce. La cosa più difficile è lasciarsi amare. L’importante è esporsi alla grazia.

Nella notte Nicodemo va da Gesù e Gesù gli parla: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.”

Facciamo un sondaggio: Voi preferite le tenebre o la luce?
Preferite la luce? Eppure qui si dice che gli uomini hanno preferito le tenebre.
Preferite l’amore o l’odio? La grandissima parte di noi risponderebbe l’amore.

Un altro sondaggio: Siamo noi che cerchiamo Dio o è Dio che cerca noi?
Siamo noi che cerchiamo Dio? No, è lui che cerca noi.
Perché dovremmo pensare che noi cerchiamo lui più di quanto lui cerchi noi? Potreste dire: perché non lo vediamo... è vero, non lo vediamo. Eppure l’amore delle persone che ci amano lo vediamo. Che siamo nati gratis, lo vediamo. Eppure Dio ci ha amato gratis.

Se uno vuole dire il contrario, vuol dire cioè che Dio non ci ha amato gratis, se vuol dire che Dio non ci ha donato il sole, vuol dire che la vita non è piena di tante cose belle, se uno vuol dire che non esiste la risurrezione in ogni istante della mia vita quando sono stanco e non ho la forza di ripartire, allora ha scelto le tenebre...

È un po’ come a uno cui si chiede: credi all’amore? Sì preferisco l’amore e la luce, e poi tratta male tutti... in realtà quella persona ha preferito le tenebre alla luce.

Quando scegli di litigare con i tuoi fratelli o con i tuoi compagni di classe, quando scegli di tenere il muso con le altre persone, quando ti arrabbi per niente, quando ti vuoi vendicare. Allora scegli le tenebre.

Perciò facciamo due distinzioni:

  1. una situazione nera in cui mi trovo da una parte e dall’altra parte una visione nera della vita o il nostro comportamento egoista, che ci porta alle tenebre
  2. il fatto che nonostante le tenebre che ci sono, comunque ci rimane nel cuore il desiderio della luce, dell’amore, della felicità

A noi come cristiani è chiesto di essere fonte della luce. La luce che ti è stata messa nel profondo del cuore col battesimo. È una luce che puoi riscoprire se fai chiarezza, se lasci uno spiraglio attraverso cui possa passare, per illuminare l’altro. È quel ruscello che scorre dentro di te dal momento del battesimo e come un fiume carsico ancora continua a scorrerti dentro. Solo che a volte bisogna rimettersi in ascolto di questo ruscello. E in particolare questo ci accade quando abbiamo dato tutto eppure viviamo una dimensione di sconfitta. Lì, nella debolezza e nella sofferenza, quando quasi ti viene da piangere, riscopri che la luce e lo scorrere del ruscello ancora sono presenti dentro di te perché tu possa rialzarti, risorgere e splendere...

Questo accade con una forza che è posta dentro di te, ma che non viene da te. La grazia di cui parla la seconda lettura (efesini). Questo avviene inoltre nonostante i tuoi tradimenti e i tuoi errori, che il Signore accoglie e corregge come una madre che fila un bel ricamo nonostante che a te sembri di aver tirato solo righe storte (come accade nella prima lettura, gli ebrei sono guidati e salvati dal signore, nonostante i loro tradimenti).

Diceva san Pio da Pietrelcina: Perché il male nel mondo? “Sta bene a sentire... c’è una mamma che sta ricamando. Il suo figliuolo, seduto su uno sgabelletto basso, vede il lavoro di lei; ma alla rovescia. Vede i nodi del ricamo, i fili confusi... e dice: “Mamma si può sapere che fai? È così poco chiaro il tuo lavoro?!”. Allora la mamma abbassa il telaio, e mostra la parte buona del lavoro. Ogni colore è al suo posto e la varietà dei fili si compone nell’armonia del disegno. Ecco, noi vediamo il rovescio del ricamo. Siamo seduti sullo sgabello basso”. (pensieri di padre Pio)

Davvero a noi è dato di impegnarci e di dare il nostro sì, riflettendo una piccola luce in questo mondo, ricordandoci sempre che siamo sullo sgabello basso. Dio, che è madre, ricama con noi e per noi.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

25 marzo 2012

Letture: Geremia 31, 31-34 / Ebrei 5, 7-9 / Giovanni 12, 20-33

“Vogliamo vedere Gesù!” dicono dei greci a Filippo. E Filippo e Andrea portano queste persone dal Signore.

Gesù coglie l’occasione per parlare del significato della sua morte. Quale è il nesso tra la domanda dei greci e la risposta del Signore? Il lungo discorso di Gesù sembra in effetti non connesso alla domanda dei greci.

In realtà Gesù sta proprio rispondendo alla loro prima richiesta “Vogliamo vedere Gesù!”. Vuoi vedere Gesù e la sua resurrezione? Dai la vita e conoscerai Gesù. Gesù dona la sua vita fino alla morte e alla morte di croce. Fai come Gesù, per questo Gesù parla del significato della sua morte.

Se tu vuoi vedere Gesù e la sua resurrezione devi dare la vita per gli altri. Certo questo significa uscire dalla logica del ricevere, dell’essere amati e passare alla logica del dare e dell’amare gli altri. è una rivoluzione... è il passare dalla antica alleanza alla nuova alleanza (come dice Geremia nella prima lettura).

Per dare frutto il seme deve morire dice Gesù. è la logica dell’amore che in questo caso può assomigliare alla logica che è anche umana secondo cui per guadagnare bisogna perdere. Come il seme che muore per dare la vita o come il bambino che per nascere deve passare per la sofferenza del parto. E soprattutto come la madre che partorisce: durante il parto prova molto dolore, ma una volta che è nato il bambino, si dimentica della sofferenza per la gioia di aver messo al mondo un’altra vita.

Allora a questo punto della Quaresima, se vuoi ricevere la resurrezione da Gesù, se vuoi vedere Gesù come chiedono i greci: condividi la croce con Lui; dona te stesso. “Allora” dice il Signore nel testo di Geremia, nella prima lettura, “io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”... “piccoli e grandi” sono coinvolti in questa nuova alleanza (Ger.31,33-34).

Se tu ti doni conoscerai Dio, sia che tu sia piccolo, sia che tu sia grande.

Dalla lettera agli Ebrei abbiamo ascoltato che Gesù “Cristo pur essendo figlio imparò l’obbedienza dalle cose che patì”. Cioè Cristo ha vissuto in pieno la donazione, mettendo in pratica il precetto dell’amore. Ed, io che non sono Cristo, voglio imparare l’obbedienza da quello che patisco? Voglio imparare da questo donarmi? Voglio perdere la vita come il seme che è messo nella terra e muore per dare molto frutto? Così hanno fatto i testimoni della fede, quali Rosario Livatino e Jerome Lejeune.

 

Quando sei chiamato a dare la vita e a portare la croce? (...quanto segue è per i ragazzi...)

  1. Nella scuola: con l’impegno e la pazienza, prestando la gomma per cancellareo dando un pezzo di merenda, la comprensione e la fiducia ai compagni più deboli; senza prenderli in giro e senza fare i dispetti.
  2. Nella Famiglia: dare l’obbedienza e una mano ai genitori, dare il perdono ai fratelli.
  3. Nello Sport: essendo leali.
  4. Dare nella preghiera: se senti l’amore e la dolcezza è Dio che sta dando a te; se non senti niente, sei tu che stai dando a Dio.

Allora l’invito che ci fa questa domenica è: donati, dona la tua vita in qualsiasi circostanza e Dio non si lascerà vincere in generosità.

E se in questa Quaresima hai scoperto che hai un difetto o un altro, non temere. Come diceva un famoso compositore: dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fiori.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

5 aprile (Giovedì Santo)

Siamo entrati nei tre giorni più importanti dell’anno per noi cristiani. E la prima lettura, l’Esodo ci introduce nella dimensione del passaggio raccontando dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. Ci suggerisce di prepararci a vivere questa Pasqua coi fianchi cinti e secondo regole precise, perché non ci sarà un’altra occasione, almeno non come questa. Perché la Pasqua è un dono unico. E a noi è chiesto di farci lavare i piedi da Gesù.

E' la scena che commemoriamo ogni giovedì santo. Gesù, il Dio con noi, ci lava i piedi e noi magari nemmeno vorremmo. è giusto che noi ci poniamo la domanda che Pietro pone a Gesù ed esclamiamo: “Signore tu lavi i piedi a me!”.

Non si è mai visto un Dio che si fa più basso degli altri. Che si china fino a terra per lavarti i piedi. Un Dio che ti serve, che dice di amarti e ti ama dando la vita per te. Gesù invece è venuto proprio per te: è inaudito. Per questo Pietro gli dice: “Non mi laverai mai i piedi”. E Gesù: “Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me”. Cioè se non accetti che questo Dio non sia il potente che ti giudica e che ti domina, ma sia Colui che ti serve, ti ama e ti perdona sempre, non puoi aver parte con Lui. è il ribaltamento di ogni logica umana... il più grande serve il più piccolo; e quanto più il piccolo è sporco e bisognoso, tanto più il Signore lo cercherà per lavargli i piedi. Al di fuori di ogni poesia: quanto più i tuoi piedi sono sporchi, tanto più ti cercherà per lavarli.

E allora lasciati lavare i piedi da Gesù. Entra nel Cenacolo e mettiti seduto perché Gesù sta passando... noterai che tra i dodici c’è anche Giuda e Gesù lava i piedi anche a lui. Gesù sa benissimo che Giuda sta per tradirlo, ma ama la sua libertà, ama la tua libertà. Gesù ti lascia libero di fare quello che vuoi della tua vita. Non ama di più il progetto che Lui ha su dite, anche se sa che è stupendo. Gesù ama te e la tua libertà.

Con Giuda Gesù non usa mai espressioni del tipo “Disgraziato, ma che razza di errore stai facendo, ti impongo di non farlo!”. Gesù non si impone! E se parla a Giuda, gli parla sempre con amore, chiamandolo “Amico”. E quando lo chiama “Amico” Gesù non mente, non può mentire. Gesù ama la tua libertà. Ma ti chiede di lasciarti lavare i piedi con sincerità, almeno per questa Pasqua.

Lascia che sia lui a pulirti... perché altre persone, altri piccoli, hanno bisogno di te. Con quei piedi, lavati da Gesù, tu devi andare da loro. Tanti piccoli hanno bisogno dei tuoi piedi, hanno bisogno che tu li usi... perché se no, se tu non glielo dici, non lo sapranno mai quanto Gesù li ama, non sapranno mai che Gesù vuol lavare i piedi pure a loro. Per questo, lasciati lavare i piedi da Gesù.

Che non sia l’ennesima Pasqua in cui ti lasci scivolare addosso tanto male e tanti sogni infranti. Ne hai già buttate troppe alle spalle di Pasque in questo modo, ignorando Chi fa questo per te. Non ti lasci il rito senza il senso di questa immeritata comprensione, compassione e benevolenza di Dio verso di te. Questa volta credi in questo Dio che ti ama e vuole che tu ti lasci amare.

Il Vangelo di Giovanni ci dice che Gesù “prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita”. Notate bene che nel Vangelo di Giovanni si dice che Gesù si mette questo asciugamano, ma non si dirà più che se lo toglie. Gesù ti garantisce che sarà sempre con te e ti servirà. Sarà con te che prima di essere qui a messa eri a fare le pulizie di casa, con te che hai fatto tanta fatica per venire qui a messa col bastone, con te che oggi hai lavorato come ogni giorno svegliandoti presto e tornando a casa tardi e stanco, è con te ogni giorno e in ogni momento in cui ti troverai a servire i tuoi fratelli come Lui continua a fare con te.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

8 aprile (Pasqua)

Letture: Atti 10, 34.37-43 / Colossesi 3, 1-4 / Giovanni 20, 1-9

E' ben giusto oggi fare festa e cantare con forza per la Resurrezione di nostro Signore.

Ma facciamo uno sforzo di immaginazione. Torniamo alla notte appena passata ed entriamo nel sepolcro.

Il sabato di festa degli ebrei è terminato e la gente come per noi nelle notti tra la domenica e il lunedì dorme a casa in attesa del nuovo giorno di lavoro. è ormai notte inoltrata. C’è un grande silenzio dentro e fuori, tutt’al più fuori c’è qualche rumore della campagna. Dentro c’è il buio più completo ed è umido.

Lì nell’assenza di ogni suono... una luce, una luce dal di dentro! E piano, piano il sepolcro si apre. Notate bene una luce dal di dentro! E allora il sepolcro si apre! è quanto sta accadendo a Tancredi e ad Anna Luisa (questi bambini che stanno per ricevere il battesimo). è quello che continua ad accadere a noi in questo “giorno uno della settimana” (come direbbe la traduzione letterale del Vangelo in Gv 20,1 ) in virtù del battesimo.

Sì perché dentro di noi è stata messa una luce col battesimo, una luce vera capite?... C’è davvero! Noi la copriamo con il nostro non voler accettare regali, coi nostri egoismi, le nostre paure e le nostre chiusure. Noi chiudiamo il sepolcro; a volte, come con una chiave, gli diamo anche una mandata per evitare che si apra! Ma a Pasqua Cristo vince, Gesù il Cristo infrange i muri dei nostri egoismi. Spacca le nostre chiusure e risorge.

E' un’illusione? No! La lotta della nostra vita e le nostre chiusure a volte ci portano a pensarlo, ma non è una illusione. Anzi se prendiamo la resurrezione sono molti di più i motivi per cui crederci, che quelli per cui negarla (la rapidissima diffusione del cristianesimo, che l’ebraismo non aveva avuto; le conversioni al cristianesimo, malgrado le persecuzioni; il fatto che i testimoni della resurrezione accettino il martirio; la storicità della tomba vuota).

Forse per credere che nulla sia avvenuto occorre una cecità maggiore rispetto alla fede che serve a credere che Cristo sia davvero risorto.

Ma tutto questo non basterebbe ancora, se non ci fossimo preparati questa Quaresima a vedere quanto la resurrezione si stia realizzando anche nella nostra vita. è questo vedere che ci permette con Giovanni di condividere quel “vide e credette” che fa la differenza (cfr. Gv 20,8). Siete voi che mi raccontate come avete riscoperto questa luce di battezzati nel sorriso di chi vi sta accanto, di un amico, di un parente, della persona che amate, nella richiesta di un malato, nel grazie detto con sincerità, nel cercare il lavoro o nel lavorare con dignità. Questa vita ci fa prendere atto che la Luce esiste davvero!

Ce lo testimoniano Anna Luisa e Tancredi che oggi vengono battezzati e quindi ricevono proprio questo dono della luce dentro!! La luce dentro che al di là di quello che possiamo pensare alla fine vince e risorge... perché ciascuno abbia sempre presente che questo Dio non ti giudica, non ti punisce, ma ti perdona sempre, è con te e ti ama.

Lo farà sempre cari Anna Luisa e Tancredi! Ricordatevene, vi preghiamo, anche per noi.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

15 aprile

Letture: Atti 4, 32-35 / 1 Giovanni 5, 1-6 / Giovanni 20, 19-31

Giov. 20, 19 dice: “La sera di quel giorno, il primo della settimana”. Ciò significa che siamo nel giorno di Pasqua. La traduzione letterale dal greco ci farebbe dire: “nel giorno uno della settimana”. “Il giorno uno della settimana” è il giorno in cui comincia la creazione (Confronta il Libro della Genesi). Quella creazione che era cominciata con Adamo ed Eva ora ricomincia con Gesù.

Gesù è venuto a completare la creazione, a portarla a compimento. Il primo obbiettivo di Dio è portare a compimento la creazione, quella opera che Lui stesso aveva cominciato. Il peccato è un incidente di percorso che Dio deve correggere, ma Dio si sarebbe fatto uomo comunque perché è innamorato dell’uomo. E prima di tutto è innamorato di ciascuno di noi; non è strettamente interessato al nostro peccato: è interessato a noi!

Il Signore con questa pagina di Vangelo molto famosa ci insegna ad “essere Chiesa”. Appare agli apostoli riuniti e dice “Pace a voi”. Degli apostoli, però, uno è fuori dalla casa; è Tommaso, che quando torna dice agli altri: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Tommaso è uno che vuole andare a fondo nelle cose e in questo fa bene: è giusto chiedere al Signore come Giairo: “Aiutami nella mia incredulità!”.

Cosa non è giusto? Non fidarsi della Chiesa. Non fidarmi dei miei fratelli che mi vogliono raccontare la Resurrezione, le resurrezioni della loro vita. Tommaso pecca di un difetto che rischia di escluderlo dalla comunità: l’individualismo.

Distinguiamo dunque due aspetti in Tommaso:

  1. Il volere andare a fondo nella ricerca di Gesù, richiesta legittima che otto giorni dopo viene puntualmente soddisfatta da Gesù,
  2. Il non voler assolutamente fidarsi degli altri apostoli, che è un atteggiamento sbagliato.

è lo stesso atteggiamento sbagliato di quando gli altri mi vogliono parlare di speranza e io li zittisco; o di quando gli altri vorrebbero farmi un regalo o organizzarmi una festa e io non lo accetto perché voglio avere tutto sotto controllo. In questo modo non permetto agli altri di farmi i doni che essi vorrebbero. E magari, come nel Vangelo di oggi, sono proprio i doni di cui io avrei bisogno...

Tutti abbiamo bisogno di sperare nella nostra vita: per un nostro caro che è malato, perché il lavoro vada meglio per andare d’accordo in famiglia ecc. Se rifiutiamo l’annuncio della Resurrezione che viene dai nostri fratelli, ci chiudiamo e ci fermiamo a considerare ciò che non va (come un messaggio brutto che ci è arrivato, per es., senza considerare magari l’esigenza reale di chi ce l’ha spedito, esigenza che spesso è un bisogno di amore).

Ma il Vangelo ci spinge anche a considerare i tempi con cui agisce il Signore, attraverso lo Spirito Santo. Gesù compare a porte chiuse e dice: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Sappiamo dai Vangeli che Gesù aveva già consegnato lo Spirito sulla Croce. Sappiamo inoltre che la discesa dello Spirito che motiva i discepoli a partire per testimoniare l’avvenuta Resurrezione è quella della Pentecoste (cinquanta giorni dopo la Pasqua). Sarebbe lecito chiedersi: “Ma quante volte discende lo Spirito Santo?”. La risposta è: “TANTE VOLTE!”.

Quante volte a noi ancora oggi viene data la possibilità che il Signore agisca nella nostra vita attraverso i sacramenti... e noi rischiamo di rifiutare! Lo Spirito Santo, che ci è donato nella Cresima o nel Sacramento della Confessione e che agisce in ogni sacramento, ci dà la forza ogni volta di compiere quel piccolo passo da fare: di andare avanti per salire quel piccolo gradino. è un cammino progressivo che coinvolge tutto il nostro essere. è un po’ come quando studi: salvo rare eccezioni è difficile che uno alla prima lettura capisca tutto. C’è bisogno di rileggere e di ripetere perché tu possa capire davvero. Così agisce lo Spirito Santo in noi. Tanto è che anche gli Apostoli, dopo che Gesù ha detto “Ricevete lo Spirito Santo”, otto giorni dopo, sono ancora chiusi in casa: ancora non sono aperti ad annunciare la Resurrezione (come lo saranno a Pentecoste).

Ecco la necessità per noi cristiani di fare un cammino spirituale. è quanto già facciamo venendo a messa o andando a confessarci quando possiamo. Il sacramento e il nostro impegno quotidiano ci fanno camminare verso il Regno di Dio e una resurrezione sempre più piena. L’azione dello Spirito Santo nei sacramenti e l’impegno e la fatica che impieghiamo sono simboleggiati dall’acqua e dal sangue di cui parla la fine della seconda lettura (1 Gv.5,6). Se tu dai il sangue del tuo impegno a partire dall’acqua che hai ricevuto col battesimo (che rappresenta l’azione dello Spirito Santo che ha cominciato a collaborare con te nel battesimo stesso), allora vinci con Cristo (cfr. 1Gv 5,1-6).

Qual è il nostro traguardo come singoli e come comunità qui sulla terra? è raggiungere quella sintonia di intenti di cui parlano “gli Atti degli Apostoli” all’inizio della prima lettura quando parlano della prima comunità cristiana: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune”.

Preghiamo perché il Signore conceda questa unità alle nostre famiglie, alla nostra comunità di San Jacopino e, se lui vorrà, anche alla nostra comunità di Firenze nel giorno in cui vengono ordinati per noi quattro nuovi sacerdoti.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

22 aprile

Letture: Atti 3, 13-15.17-19 / 1 Giovanni 2, 1-5 / Luca 24, 35-48

Gli apostoli lo conoscevano bene, il Maestro, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure dopo laresurrezionenon lo riconoscono. Dicono: “...è un fantasma!”.

Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro. Perché la risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di prima: è andare avanti, è trasformazione, è il tocco di Dio che entra nella carne e la trasfigura. (cfr. Ermes Ronchi).

E tu Gesù lo conosci?

E, se lo conosci, lo vedi? E, se lo vedi, rispetti i suoi comandamenti?

L'apostolo Giovanni scrive: "Chi dice 'Lo conosco', e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo e in lui non c'è la verità" (cfr. 1Gv 2,1-5):

Sono anch'io un bugliardo? E, magari, non è che sono un bugiardo perché non lo vedo?

Perché non riconoscere che spesso, nella celebrazione eucaristica, quello che avverto è non la presenza di Gesù in persona, ma la presenza di un fantasma? Forse semplicemente non lo riconosco...

Oggi siamo chiamati a contemplare questa presenza della resurrezione di Gesù come realtà: 1)Come realtà storica avvenuta nel passato, 2) come realtà che ci coinvolgerà nel futuro nella Resurrezione della carne al momento della parusia, 3) come realtà presente nella nostra carne mortale e nelle persone che ci sono affidate.

Cosa vuole Gesù da me? Notiamo come entra presso i discepoli.

Usa espressioni del tipo: “Guardate, toccate, mangiamo!”.

Vuole partecipare alla mia vita e che io condivida la sua. Ma in un sentimento di serenità, di distensione.

Infatti la sua prima parola è: pace a voi! Pace, che è il riassunto dei doni di Dio.

C’è bisogno di pace per cogliere il senso delle cose. Quando sentiamo il cuore in tumulto è bene fermarci, fare silenzio, non parlare (cfr. a proposito nuovamente Ermes Ronchi).

Da questa pace scaturisce ogni testimonianza. Il Signore ci chiede di accogliere l’annuncio della sua Resurrezione senza paura, ma nella pace (cfr. nel Vangelo: “...per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore...”). Non fuggiamo a questo annuncio di speranza, ma, come nella storia del “Colombre” di Dino Buzzati, accogliamo chi ci vuole fare un dono tanto bello (anche se di primo acchito questa bellezza può sembrare spaventosa).

 

Sia lodato Gesù Cristo.

6 maggio

Letture: At 9, 26-31 / 1Gv 3,18-24 / Gv 15, 1-8

“Senza di me non potete fare nulla”: ma come è possibile, Signore, che senza di te non possiamo fare nulla?!

Ci sembra una frase esagerata, quasi smentita dai fatti. Pensiamo ai grandi personaggi della storia e alle grandi scoperte scientifiche. Veramente persone che erano senza di te, Gesù, almeno apparentemente, hanno fatto tanto per l’umanità.

Ma distinguiamo al riguardo personaggi e personaggi: quelli che al soffio dello Spirito hanno levato le vele della loro vita e hanno preso il largo, magari non essendo necessariamente cristiani. Persone atee o di altre religioni che hanno riconosciuto nel Bene con la B maiuscola la via della salvezza e della redenzione, per loro e per l’umanità. Non cattolici come Martin Luther King o anche non cristiani come Gandhi o come il virologo polacco Sabin che non brevettò il vaccino della poliomelite perché il suo prezzo contenuto garantisse una più vasta diffusione della cura: hanno veramente agito senza di te queste persone? O forse non è piuttosto vero che erano con te, anzi radicati in te e nel tuo amore come il tralcio che è legato alla vite? Non erano forse persone che con i mezzi che avevano erano comunque giunti al contatto con te, Dio dell’Amore? Ed è avvenuto che rimanendo in te come dice la fine del Vangelo ascoltato, “hanno comunque portato molto frutto e sono diventati tuoi discepoli” comunque.

Altri sono le persone che hanno agito senza di te, che studiamo ancora sui libri di storia come Napoleone, ma rispetto ai quali lasciamo “ai posteri l’ardua sentenza”. Altri sono gli “scienziati” che hanno usato l’energia atomica per farne una bomba. Altri sono quelli che non si sono voluti sporcare le mani nella tua vigna per privare gli altri delle loro mani. Questi col “fare” del tuo Amore c’entrano poco.

“Senza di me non potete fare nulla”: tu sei la vera vite e il Padre è l’agricoltore. Tu vuoi che portiamo frutto e per questo vuoi che rimaniamo legati a te, nella nostra piccolezza. Per questo ci curi, Signore, e ci poti... “tutto è grazia” diceva il “Curato di campagna” di Bernanot e veramente è così. Cari fratelli, non esistono grazie e disgrazie per chi rimane radicato in Cristo, ma esistono grazie facili e grazie difficili, perché tutto è grazia.

Se rimaniamo in te, nella tua mitezza e nella tua piccolezza davvero possiamo chederti tutto, tutto: come un tralcio che chiede alla vite di poter fare frutto. Vi pare che la vite non voglia che il tralcio faccia frutto? è per quel motivo che esiste: perché noi che siamo i tralci possiamo fare frutto.

Cosa significa per noi che siamo qui “essere radicati in Cristo”? Significa essere pienamente umani, perché Dio ha voluto farsi uomo. Ci salva in questo l’obbedienza a Dio più che l’autonomia.

Cosa significa per noi “fare frutto”? Significa lavorare e gioire al di là dei risultati o dei successi, perchè i germogli daranno i loro frutti al di là dei risultati.

Non abbiamo paura delle nostre debolezze: sono quelle che il Signore vuole che mettiamo insieme! Non abbiamo paura di metterci con chi si vuole convertire a Gesù (come Paolo nella prima lettura), perché anche noi ci dobbiamo convertire. Diceva la seconda lettura: “... se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio”.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

 

San Jacopino

Parrocchia di San Jacopo in Polverosa
(San Jacopino)

Vicariato di Porta al Prato
Diocesi di Firenze

Via Benedetto Marcello 24
50144 Firenze
tel. 055 354600
e-mail: parrocchia@sanjacopino.it

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